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L'INDIGNAZIONE NON BASTA! |
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Lunedì 31 Ottobre 2011 02:00 |
Il 15 ottobre a Roma si è svolta una delle 210 manifestazioni internazionali indette contro la distruzione dei diritti e dei beni comuni, contro lo sfruttamento del lavoro, contro l'oligarchia di chi ha più consensi camuffata da democrazia, contro lo smantellamento della civiltà -sicuramente migliorabile- a cui siamo arrivati e per cui tanto abbiamo faticato e lottato. Per contrastare la crisi i governi nazionali e supranazionali stanno attuando misure, riforme e tagli che riportano indietro di decenni le lancette dell'orologio. Tali governi da un lato difendono i profitti, l'accumulazione e la speculazione finanziaria di chi l'ha creata, e dall'altra fanno pagare il prezzo ai cittadini, quasi totalmente estranei a questa situazione se non nell'aver legittimato politici scellerati a confidare in un mercato non a misura d'uomo, ma di moneta. I sacrifici che abbiamo fatto saranno presto vani se non porremo un freno alla situazione. In Italia questa manifestazione non può prescindere dal profondo dissenso verso una classe politica commissariata dalla Banca Centrale Europea e che già prima del commissariamento meritava ogni disprezzo. Non può prescindere dalla critica in merito alle misure economiche nazionali, fatte esclusivamente per far tornare i conti a breve. Non può prescindere dalle riforme fantoccio e prive di lungimiranza che si sono succedute, aggravando ulteriormente la condizione critica nella quale già perversavamo. Riteniamo a dir poco scandalosa la tracotanza che la classe politica nutre già da alcuni anni nei confronti di un movimento di piazza e di società civile che prende vita dall'unione delle realtà più disparate, accomunate dalla reale preoccupazione relativa al futuro prossimo e venturo. Le alte sfere del potere tutelano i propri interessi a discapito di quelli della quasi totalità dei cittadini. Il risultato è un aumento del divario, già esistente, tra classe dirigente e tutti gli altri.
La mancanza di un interlocutore politico con il quale confrontarsi ha portato ad un'esasperazione tale da indurre anche chi era sceso in piazza pacificamente a compiere atti di violenza scriteriati. La classe politica tutta, invece di prendere atto del disagio dal quale nascono tali comportamenti violenti, si rifugia nei palazzi del potere paventando inasprimenti di pene per chi manifesta il proprio dissenso, processando a mo' di stato di polizia anche la sola intenzione (vedi arresti preventivi), facendoci tornare indietro di 40 anni.
In questo panorama già di per sé deprimente i media tradizionali, con atteggiamenti conniventi e servili nei confronti delle élite, riportano notizie tendenziose esaltando soltanto i momenti di vandalismo, ai quali, nel caso recente, ha comunque preso parte solo minima parte del movimento. La repressione mediatica è andata progressivamente a sostituire quella del manganello e olio di ricino ed è più subdola, poiché intende dividere e distrarre la cittadinanza sminuendo i movimenti di protesta e facendo apparire chi scende in piazza come "i soliti facinorosi dei centri sociali". Nonostante la rappresentazione esasperata e finalizzata che ne è stata fatta, riteniamo comunque controproducenti e non necessarie le violenze e il vandalismo come strumento di protesta. Ci rendiamo tuttavia conto che in un quadro generale di indifferenza e repressione, perpetuata negli anni e oggi sempre più evidente, è fisiologico che parte del movimento si spinga a tanto. È indispensabile al momento che tutta la classe politica ritorni a contatto con la realtà e con la cittadinanza, facendo i conti con le necessità primarie, con i movimenti di piazza, che sia disposta ad intavolare un dialogo smettendo di tapparsi infantilmente le orecchie e far finta di niente e affrontando la crisi con la responsabilità di chi ne è complice e di chi dirige un paese e non i propri particolari interessi.
Non possiamo sopportare ancora il disinteresse della classe dirigente che, continuando a non prendere atto della distanza che il paese sta prendendo dalle scelte politiche degli ultimi anni, non ci lascia altro modo di manifestare il nostro dissenso e indignazione se non attraverso la disobbedienza civile. Collettivo di Scienze |
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CI SARANNO UN GIORNO DEGLI INSEGNANTI... |
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Martedì 18 Ottobre 2011 21:14 |
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clicca sulle immagini per ingrandire Collettivo di Scienze www.collettivodiscienze.org |
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L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL NUMERO CHIUSO |
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Martedì 18 Ottobre 2011 20:55 |
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L'aumento di precariato e il progresso tecnologico hanno costretto o convinto sempre più studenti a proseguire gli studi fino ai più alti livelli d'istruzione. Per fare in modo che l'università continui a funzionare e fornire effettivamente delle competenze a chi si iscrive è necessario innanzitutto che governo e Ministero finanzino le università, in modo che atenei e Facoltà possano gestire la nuova domanda di sapere, ottimizzando le risorse ricevute.
Questo in Italia non avviene affatto. Per fare cassa i governi che si sono succeduti, indipendentemente dal colore, hanno tagliato o comunque confermato i tagli all’istruzione che sono stati fatti in precedenza, provocando la situazione catastrofica in cui versiamo, culminata con proclami ed atti di populismo da parte del ministero volti a nascondere questi scempi.
A fronte di questi tagli e del cronico sottofinanziamento, atenei e Facoltà invece di potenziare i corsi eliminando gli sprechi hanno protetto gli interessi particolari e baronali di gruppi di potere.
In questo contesto si inserisce l'istituzione dei numeri chiusi a livello nazionale, presentata come una soluzione all'aumento della richiesta di istruzione accademica, ma che in realtà altro non è se non la normale conseguenza della negligenza, ignorante o volontaria, di tutti i soggetti coinvolti. Infatti il fondamento del blocco all'accesso non è solo legato a logiche di sovraffollamento dei corsi ma anche alla conservazione degli interessi corporativi, quali ad esempio quelli dei medici che per difendere il proprio potere economico e politico preferiscono un numero di laureati in medicina di gran lunga inferiore alla domanda lavorativa.
Nel timore di non riuscire a passare il test d'accesso gli studenti pianificano di iscriversi ad altri corsi palliativi in cui a torto o a ragione sperano di acquisire le competenze necessarie per entrare nel corso di laurea originario l'anno successivo. Questo accade a Firenze con gli studenti che aspirano a diventare dottori in lauree sanitarie-biomediche, che si iscrivono temporaneamente a corsi della Facoltà di Scienze quali attualmente scienze naturali, chimica o addirittura ottica.
Perciò la Facoltà decide di anno in anno di estendere il blocco all’accesso, in modo del tutto schizofrenico e inconcludente, a quei corsi che l'anno precedente sono stati invasi.
Sorge così un altro problema: gran parte dei posti limitati vengono ottenuti da studenti senza un reale interesse per questi corsi, a discapito di quelli veramente intenzionati a seguirli che rimangono fuori. Di conseguenza, già dopo il primo anno di lezione, interi corsi di laurea implodono per mancanza di studenti a causa dei passaggi da un corso all’altro.
È proprio questo il processo che ha subito il Corso di Laurea in Biologia: a causa dell'eccessivo numero di iscritti al primo anno, conseguenza del numero chiuso nelle facoltà di medicina e biotecnologie, quest'ultimo è stato introdotto per la prima volta in un Corso di Laurea della nostra Facoltà. Tale provvedimento, prevedibilmente, comporterà nel futuro prossimo l'adozione del numero programmato nel Corso di Laurea di Scienze Naturali sancendo l'ingresso in un circolo vizioso con conseguente progressiva riduzione del diritto allo studio.
Siamo consapevoli di quanto i baroni possano influenzare l’intera politica universitaria, ma i vari organi di riferimento non devono assecondare supinamente ogni loro vizio e devono denunciare questa situazione insostenibile.
Tutte le decisioni devono essere prese avendo come unica preoccupazione l’interesse della didattica, che deve essere soddisfatto attraverso una collaborazione sinergica tra Facoltà e non tramite favori a senso unico ed elargiti a comando! E se questa collaborazione non viene ottenuta va pretesa, affinché diventi una consuetudine e non una cortesia caritatevole. Riteniamo fermamente che il numero programmato non sia una soluzione ragionevole alla numerosità sempre più elevata dei corsi, per ritornare ad avere un università che funziona c'è bisogno di una riforma seria e della volontà da parte delle istituzioni di trovare soluzioni reali e non di facciata. Collettivo di Scienze www.collettivodiscienze.org |
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UN BAVAGLIO ALLA DEMOCRAZIA |
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Martedì 18 Ottobre 2011 20:47 |
Come saprete il governo ha recentemente messo in discussione la legge sulle intercettazioni soprannominata "legge bavaglio".
Questo soprannome bizzarro si adatta bene ai contenuti della legge in questione, che rappresenta un passo indietro rispetto alla già critica situazione della libera circolazione dell'informazione e ha forte sapore di censura, una censura che molti credono appartenere esclusivamente ad una storia passata, ma che si ripropone oggi più che mai a volte sottilmente attraverso il controllo mediatico, altre volte in maniera più sfrontata con leggi come questa. La "legge bavaglio" infatti prevede, solo per citare le assurdità più evidenti, il divieto di rendere pubbliche intercettazioni qualunque sia la loro natura e l'aumento della pena prevista per i giornalisti che non rispettano il divieto sopracitato, che va da una salata sanzione amministrativa fino al carcere.
Il caso Wikipedia è stato forse il più discusso. Infatti tra le normative previste nella legge bavaglio si trovava il comma 29, altresì detto "comma antiblog". Con questo si permetteva a chiunque giudicasse offensive informazioni contenute in un blog o sito web, con questo si permetteva a chiunque giudicasse offensive le informazioni contenute in un blog o sito web, di pretendere l`immediato ritiro o rettifica dell`articolo da parte dell`autore stesso entro 48 ore, pena la denuncia.
Un iter del genere rappresenta di fatto un paradosso: un giornalista che pubblichi un articolo con una precisa interpretazione dei fatti, si può trovare costretto a dover cambiare radicalmente l'articolo fino ad arrivare a scriverne l'esatto contrario. Oltre all'evidente contraddizione di un capovolgimento dei contenuti, ci si accorge subito che la discriminante diventa la possibilità economica di sostenere una causa legale e non l'effettiva veridicità dell'articolo.
Wikipedia, attraverso un comunicato, ha amplificato la protesta tanto da mettere il governo alle strette e costringerlo a modificare il comma 29 del DDL intercettazioni. Questa legge rappresenta l'ennesimo ed eclatante tentativo di affossare la libera informazione, palesando quella linea politica di censura che il governo Berlusconi porta avanti da ormai diversi anni e che continua a sostenere con ostinazione e menefreghismonei confronti delle istanze dei cittadini. In un paese come l'Italia che già non vanta meriti per quanto riguarda la libertà d'informazione, questa legge è l'ennesima bastonata. Reprimere le voci di dissenso, di critica, ma anche di libera espressione attraverso la censura fa assomigliare sempre di più la nostra democrazia ad una dittatura.
Crediamo che sia fondamentale lottare per riconquistare quei diritti che stanno alla base della democrazia e che troppo spesso siamo abituati a dare per scontati. Collettivo di Scienze |
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Giovedì 02 Dicembre 2010 16:04 |
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Negli ultimi giorni in tutta Italia si è fatta sentire forte la voce di dissenso di migliaia di studenti. La mobilitazione che si è creata ha visto iniziative di ogni genere, dall'occupazione delle facoltà allo striscionaggio su ponti e monumenti, fino alle manifestazioni in tutte le città. Un movimento pacifico che si è esteso fuori dai confini nazionali dove, nei principali luoghi universitari europei, gli studenti sono scesi in piazza contro questo disegno di legge. Molte delle manifestazioni di dissenso sono state però immobilizzate e spesso represse dalle forze dell'ordine, che hanno obbedito alle direttive di questo Governo autoritario e fascista, che ancora una volta zittisce le voci fuori dal coro, privandoci di alcuni dei più fondamentali diritti civili. A Roma centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa hanno impedito l'accesso a Montecitorio, dove era previsto un presidio autorizzato. Il corteo si è snodato lungo molte delle vie della capitale e ha tentato un'altra via d'accesso ma ha trovato solo le cariche della polizia. A Firenze, il corteo si è mosso dal polo di Novoli fino a Ponte alla Vittoria, per terminare in piazza Brunelleschi bloccando la città per diverse ore. Come Collettivo di Scienze abbiamo partecipato alla manifestazione a Roma e crediamo che, soprattutto in questo momento di totale caos dello scenario politico italiano, sia importante portare avanti con forza la protesta non solo contro il DDL, ma contro il Governo tutto, che taglia sulla cultura e precarizza la società. Pertanto proseguiremo a tenere occupate le sedi del Dipartimento di matematica U. Dini e del Polo Scientifico, che saranno punti di aggregazione e di organizzazione della lotta. La protesta non si ferma! Collettivo di Scienze |
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